Cosa mangiare e bere a Napoli

Cosa mangiare e bere a Napoli? Tra pizza, dolci e bevande c'è solo l'imbarazzo della scelta! Caffè, pizza, pizza fritta, cuoppo, sfogliatelle

Di Francesca Ciancio
Dec 29, 2021
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Cosa significa Campania?

Lo dice già il nome, un luogo pianeggiante, dove si coltiva, si produce, si vive dei prodotti della terra.

Era l’Ager Campanus dei romani e per esattezza storiografica va detto che il nome Campania ha probabilmente le sue origine nella città di Capua, località principale del territorio nel I secolo a.C. 

 

L’Ager Campanus, infatti, era per gli antichi proprio il territorio di Capua, che fino alla sua volontaria romanizzazione (donò se stessa ai romani per non farsi conquistare dai sanniti) era la più grande città in Italia. Plinio il Vecchio parlò invece di Campania Felix sia per sottolineare la fertilità della regione - fecondità dovuta alla presenza del Vesuvio - sia per distinguere la Campania antica, cioè la Campania di Capua, dalla Campania nuova la quale comprendeva una porzione dell’attuale Lazio.

 

Campania

Di questa regione vogliamo raccontarvi, un po’ per volta, la straordinarietà delle sue cinque province, dando spunti e suggerimenti.

Ovviamente sarà impossibile argomentare tutto in maniera esaustiva, ma procederemo per suggestioni sperando che bastino a farvi venir voglia di conoscere la Campania dal vivo. Vi parleremo di 5 posti dove andare e 5 cose da mangiare e bere.

 

Perchè venire in Campania?

Con 10 riconoscimenti, la Campania è la prima regione italiana per siti ed elementi iscritti nelle liste dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco e vogliamo partire proprio da uno di questi, il centro storico di Napoli, un tesoro che racchiude 3000 anni di vita stratificata, il più vasto d’Italia con i suoi 17 chilometri quadrati e uno dei più grandi in Europa. Per quanto antiche siano le sue vestigia, pochi posti al mondo sono cosi contemporanei, perché tutti ne parlano, nel bene e nel male.

 

È di poco tempo fa la polemica scatenata dal quotidiano francese Le Figaro che ha definito Napoli “una città del terzo mondo”, ma è anche la città protagonista dell’ultimo film di Paolo SorrentinoÈ stata la mano di Dio” candidato ai Golden Globe - in pratica la porta di accesso per arrivare all’ Oscar - come miglior film straniero.

Nel lungometraggio del regista napoletano, la città appare potente, sinuosa, bellissima all’alba, accecante a mezzogiorno, misteriosa di notte. Semplicemente dare una definizione a qualcosa che è per sua natura sfuggente e contraddittoria è impossibile.


E se ci limitassimo a viverla Napoli e non necessariamente a capirla? 

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Cinque posti di Napoli assolutamente da vedere

Basterebbe prendere una boule di vetro, inserirci dentro dei bigliettini con su scritto un posto da visitare e pescare a caso, seguendo la casualità: sareste comunque appagati dalla scelta, ma se proprio dobbiamo sceglierne cinque, ecco i nostri “must do”

 

Maschio Angioino

Il Maschio angioino è il castello, icona della città, insieme alla Cappella Palatina. 

La costruzione del maniero si deve all'iniziativa di Carlo I d’Angiò, che nel 1266, sconfitti gli Svevi, salì al trono di Sicilia e stabilì il trasferimento della capitale da Palermo alla città partenopea. La Cappella Palatina è l’unico elemento architettonico di epoca angioina superstite.

 

Girare e perdersi in due dei musei più importanti al mondo, Il MANN e il Museo di Capodimonte 

Acronimo di Museo Archeologico di Napoli, fu inaugurato nel 1816 e ad oggi è uno dei più importanti nel mondo per la qualità e la quantità delle opere che custodisce. Fu opera di Re Ferdinando IV che intendeva creare a Napoli un imponente istituto per le arti e, a distanza di oltre due secoli, si può dire che le sue ambizioni siano state realizzate.

Il Museo Archeologico, oltre a contenere i ritrovamenti degli scavi di Pompei, ospita reperti dell’età greco-romana - la bellissima Collezione Farnese - le antichità egizie ed etrusche della collezione Borgia e le monete antiche della collezione Santangelo. Da non perdere il “Gabinetto segreto” che raccoglie affreschi e sculture antiche dedicate al tema dell’erotismo.

 

Il secondo museo, quello di Capodimonte è opera di un altro Borbone, Carlo che trasformò nel 1739 il casino di caccia e in una reggia-museo per ospitare parte della Collezione Farnese avuta in dono dalla madre. Siamo appena fuori dal centro cittadino e stranisce trovare così tante opere di pregio esposte lungo tre piani: al primo piano ci sono opere di Tiziano, Masaccio, Botticelli, Raffaello, Guido Reni, Brueghel il Vecchio, Andrea del Sarto e molti altri. 

 

Al secondo piano c’è la galleria con opere dal 200 al 700: Ribera, Goya, Pinturicchio, Vasari, Mattia Preti, Ribera e la straordinaria “Flagellazione di Cristo” di Caravaggio. Al terzo piano è esposta la collezione di opere dell’Ottocento e di arte contemporanea con capolavori di artisti di fama internazionale: Andy Warhol, Mimmo Jodice, Alberto Burri, Mario Merz, Joseph Kosuth, Enzo Cucchi, Michelangelo Pistoletto. Lungo tutto il percorso ci sono le collezioni di oggetti d’uso quotidiano che i Borbone usavano nella Reggia. 

 

L’anima sotterranea di Napoli

La città ha un ventre profondo e ramificato ed è fatto di tufo, che è stato il materiale edilizio principale utilizzato per l’edificazione di ciò che è alla luce. Sotto quindi abbiamo un fitto intrigo di anfratti, grotte e cunicoli che raccontano una storia parallela alla superficie.

 

Il primo antro in cui infilarsi è quello di Napoli Sotterranea che è visitabile in due percorsi principali: da Via dei Tribunali si accede al percorso classico che attraversa l’acquedotto greco-romano, rifugi antiaerei, il Museo della Guerra, orti sotterranei e la Stazione Sismica “Arianna”. Sempre scavata nel sottosuolo ma per motivi diversi è la Galleria Borbonica voluta nel 1853 da Ferdinando II di Borbone.

 

L’obiettivo era un viadotto sotterraneo unisse il Palazzo Reale con piazza Vittoria per permettere un accesso rapido alla reggia da parte delle truppe e una via di fuga verso il mare per i sovrani napoletani. La Galleria ha svolto nel tempo, il ruolo di rifugio anti-aereo e deposito giudiziario: lungo il percorso, quindi, si trovano pozzi, cisterne, cavità, resti della vita quotidiana durante la guerra, enormi frammenti di statue e vecchi veicoli degli anni 50, ’60 e ‘ 70.

 

Il museo en plain air della Metro

Secondo questa logica di sali e scendi e di pieni e vuoti che caratterizza la città, non stupisce che anche le linee della metropolitana siano diventate un museo a cielo aperto e uno spazio espositivo sotto terra. Si chiama Metro dell’Arte, il progetto che rende accoglienti e piacevoli i luoghi della mobilità pubblica. Le stazioni più belle sono quelle della Linea 1 che da Piscinola arriva a Piazza Garibaldi.

 

Qualche esempio? La Stazione Materdei progettata dall’Atelier Mendini, quella di Salvator Rosa ospita un’opera di Mimmo Paladino, lo stop del Museo porta la firma di Gae Aulenti, la stazione Dante è impreziosita da Intermediterraneo di Michelangelo Pistoletto e poi la più spettacolare di tutte, quella di via Toledo, tanto da vincere il premio di stazione più bella d’Europa grazie al Crater de luz, un grande cono che attraversa in profondità tutti i livelli della stazione fin giù a 40 metri, illuminato dall’opera Relative light, intervento artistico di Robert Wilson, arricchito dai mosaici di William Kentridge 

 

A San Gregorio Armeno, dove è Natale tutto l’anno

Di solito il napoletano sconsiglia di far visita a questa strada durante le feste natalizie: troppa confusione, bolgia, impossibilità a camminare. Però anche il napoletano sa che non è veramente Natale se non si fa un giro - o quantomeno ci si prova - a San Gregorio Armeno, La Strada dei presepi più famosa al mondo, un’arteria non più lunga duecento metri, incastonata nel cuore più antico della città, quello dei Decumani - che è un inno al Natale 365 giorni l’anno.

 

Qui infatti gli artigiani dell’arte presepiale lavorano dodici mesi su dodici alla realizzazione di presepi, statuine, addobbi. Le botteghe storiche sono ancora tante e ognuna custodisce i segreti del mestiere. Ciascuna di queste inoltre fa a gara a chi crea per prima la statuina più affine all’attualità. Ovviamente quest’anno tengono banco Mario Draghi, i medici dei centri vaccinali, i Maneskin. Immancabili le figure icona come Diego Armando Maradona. 

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Cinque cose da mangiare e bere a Napoli 

Scegliere cosa mangiare e bere a Napoli è complesso quanto selezionare le cose da fare e da vedere. Anche qui la scelta è vastissima, ma vogliamo tener conto del Natale e offrire qualche dritta ad hoc per il periodo festivo.


I dolci di Natale da mangiare a Napoli

Nessuno nega il diritto d’asilo a panettoni e pandori in città, ma su una tavola delle feste napoletane non possono mancare struffoli e mostaccioli. I primi sono piccole palline di pasta dolce fritte nell’olio, ricoperte di miele, confetti colorati e canditi; il secondo è un dolce a forma di rombo, croccante e dal sapore intenso di mandorle. Di colore scuro, è tradizionalmente ricoperto da una glassa al cioccolato. 

 

Altro immancabile è il roccoccò, biscotto tondo a forma di ciambella fatto con un impasto di mandorle, scorze d’arancia e altre spezie. Piuttosto tenace al morso, è abitudine inzupparlo in un liquore o in un vino liquoroso.

 

Raffiuoli o cassatine napoletane sono un po’ in calo di popolarità, ma gli integralisti della tradizione non vi rinunciano: questo dolce è fatto di un disco di pan di Spagna, un velo di marmellata di albicocche e coperto di glassa di zucchero bianca. In moltissime pasticcerie si trovano più spesso i raffaiuoli “a cassata”, cioè dischi di pasta farciti all’interno con crema di ricotta dolce, cioccolato e canditi. 

 

Mangiare per strada a Napoli

Complice il clima mai troppo rigido, mangiare passeggiando per le strade della città è pratica consueta. Oggi parliamo di street food, ma a Napoli è sempre stato un costume diffuso. In aiuto al consumatore c’è il “cuoppo” , un foglio di carta arrotolato a mo’ di cono che può contenere diverse leccornie: dal cuoppo di mare - totani, alici, gamberi e seppioline - a quello di terra con mozzarelle, verdure castellate, polenta, tutto rigorosamente fritto.

 

C’è anche il cuoppo dolce con zeppoline con o senza creme, anche queste fritte. C’è poi la “pizza a portafoglio”, una margherita di dimensioni più contenute piegata in quattro e infilata in un cartoccio di carta oleata, o la pizza fritta ripiena di ricotta, mozzarella e ciccioli. Altra pizza da asporto è la “parigina”, pasta sfoglia ripiena di pomodoro e prosciutto cotto. 

 

Le verdure, regine della tavola napoletana

Oggi si fa un gran parlare di cucina vegetale, ma nella tradizione napoletana, grazie alla fertilità dei suoli agricoli campani - le ricette partenopee sono sempre state green. C’ è un piatto natalizio su tutti che esprime al meglio questa consuetudine ed è la “minestra maritata”, dove le verdure sposano la carne.

 

Si tratta probabilmente di uno dei piatti napoletani con le origini più antiche, già rintracciabile nel De Conquinaria di Apicio.  Ad “importarla” in terra partenopea, però, pare siano stati gli spagnoli nel 1300. Le verdure della minestra maritata, in genere, sono sette e sono previsti vari tagli di carne: per le verdure abbiamo scarolelle, bietole, cicoriette, borragine, torzelle, broccoletti neri e cavolo verza, mentre per la carne si utilizza la corazza di manzo, la gallina e le salsicce napoletane a punta di coltello. 

 

Cosa ci beviamo su: i vini di città 

Come in tutte le regioni vitivinicole del mondo, anche la Campania ha i suoi numerosi terroir lontano dai centri urbani, spostandoci in campagna e sulle colline, ma Napoli vanta anche una discreta presenza di vigneti in zone cittadine, facilmente raggiungibili partendo dal centro storico.

 

È soprattutto l’area flegrea a essere al centro di questo fenomeno: posti come Bacoli, Quarto, Agnano, Pozzuoli sono ricchi di cantine e di vigneti che portano avanti la tradizione degli vitigni autoctoni come il Piedirosso e la Falanghina in primis, ma anche vini a base di Aglianico e Fiano. Esiste anche una doc ed è la Doc Campi Flegrei.

Gli ettari non sono tantissimi, all’incirca 150 - ma abbastanza per fare di Napoli la seconda città d'Europa per superficie di territori coltivati a vite.

Quali sono i migliori vini di Napoli?

3 vini "napoletani" da bere 

E poi c’è la pizza, sinonimo di Napoli 

Come si fa a liquidare il cibo più famoso al mondo in poche righe? Semplicemente non si può. Appuntamento rimandato al prossimo articolo tutto dedicato alla pizza napoletana.


Stay tuned…

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